TURANDOT

Arena

Come di consurto, il nostro gruppo organizza una serata all' insegna dell' arte lirica con la partecipazine ad una delle opere in calendario all' 88° Festival Lirico dell' Arena di Verona. Quest' anno si avrà la possibilità di ascoltare una delle opere piu' famose, la Turandot. Di seguito vi diamo alcune informazioni tratte dal sito www.arena.it:

L'ultima grande opera di PucciniGiacomo Puccini

L'idea di ispirarsi per il soggetto ad una delle fiabe teatrali più celebri di Carlo Gozzi, drammaturgo veneziano del Settecento contemporaneo e rivale di Carlo Goldoni, nacque da un incontro a Milano durante l'inverno del 1920 fra Puccini e i librettisti Adami e Simoni.

Puccini mise subito al lavoro i suoi collaboratori e già nell'agosto del 1920 erano state apportate le principali modifiche rispetto allo schema originale. Adami e Simoni, il primo versificatore e il secondo ideatore della trama, scrissero il libretto e lo dovettero adattare molte volte rispettando le richieste del compositore.
Le difficoltà principali furono quelle causate soprattutto dal carattere favoloso dei personaggi gozziani, privi di quel pathos che Puccini tanto ricercava. Le maschere nella versione originale della fiaba vennero trasformate dagli autori nel terzetto dei ministri Ping, Pang e Pong che rappresentano la gran parte del materiale musicale cinese nell'opera. La protagonista Turandot diventa invece un ostacolo nella costruzione dell'opera a causa della forte mutevolezza del personaggio. Infine lo spessore eroico del Principe Calaf e l'introduzione della figura di Liù, con il suo sacrificio d'amore, sono elementi innovativi e tipici dello stile pucciniano.

All'inizio del 1921 Puccini aveva già iniziato la composizione musicale con l'aiuto di un carillon cinese appartenente alla collezione d'arte dell'amico Fassani e grazie all'ispirazione ad alcuni brani di musica folk forniti dalla Ricordi.
Tuttavia la strumentazione dei primi due atti venne conclusa solo nel febbraio del 1924. Il terzo atto invece rimaneva incompiuto, poiché l'autore non riusciva a vederne il logico sbocco drammatico, specialmente per il gran duo finale fra Calaf e Turandot, già rivisto ben quattro volte.
Da questo momento in poi Puccini continuò a lavorare freneticamente sull'opera, interrompendosi solo per soggiorni all'estero o per correggere altre partiture.

All'inizio del 1924, mentre il lavoro sulla partitura procedeva tra alti e bassi, il compositore ebbe i primi sintomi della malattia che l'avrebbe portato alla morte in quello stesso anno. Cercò di sottoporsi ad alcune cure, ma senza risultati visibili. Cominciò allora a deperire, ma nonostante ciò prese accordi sulla data della prima di Turandot, sebbene l'opera non fosse ancora ultimata.
Gli fu diagnosticato un papilloma, che in realtà era un cancro alla gola senza alcuna possibilità di guarigione. L'unico modo per prolungare un po' la vita del malato era di sottoporlo ad un intervento chirurgico immediato e alla cura del radio presso "L'Institut de la Couronne" di Bruxelles. Il 24 novembre fu sottoposto con successo all'intervento. Quattro giorni dopo però il cuore del compositore cedette improvvisamente, portandolo alla morte, che avvenne il 29 novembre 1924.

Alla sua partenza per Bruxelles, Puccini aveva portato con sé le trentasei pagine di abbozzo di partitura delle due ultime scene di Turandot ossia il duetto d'amore e il finale del terzo atto, nella speranza di terminarli, ma non vi riuscì.

Chi conosceva meglio di tutti la partitura dell'opera era Arturo Toscanini e fu proprio lui ad incaricarsi di presentare l'opera rimasta incompiuta. Era un problema grave sia dal punto di vista pratico e sia della responsabilità artistica. Puccini aveva infatti lasciato una partitura completa solo fino al suicidio di Liù e al corteo funebre che segue. La scelta di chi avrebbe dovuto completare l'opera non fu semplice. Toscanini propose alla famiglia Puccini e alla casa Ricordi di affidare l'incarico a Franco Alfano il quale completò la partitura dell'ultimo episodio dove la principessa Turandot è scossa e trasformata dall'amore sulla base dei fogli lasciati da Puccini.

La prima dell'opera fu quindi rappresentata alla Scala di Milano il 25 aprile 1926 sotto la direzione di Toscanini. Giunti al terzo atto, terminata l'aria di Liù "Tu che di gel sei cinta" il maestro depone la bacchetta e rivolgendosi al pubblico interruppe l'esecuzione commosso: "Qui il maestro è morto" e abbandona quindi l'esecuzione là nel punto in cui il suo compositore si era fermato.

LA TRAMA

ATTO PRIMO

La folla è adunata davanti al loggiato del palazzo imperiale, presso le imponenti mura di Pechino. E' il tramonto, ed un mandarino proclama il tragico decreto di Turandot: la principessa andrà in sposa solo a colui che saprà sciogliere i tre enigmi da lei proposti; ma se il pretendente fallirà la prova, subirà la morte. Il principe di Persia, che fu vinto nel cimento, sarà decapitato allo spuntar della luna. La folla gioisce all'annuncio dello spettacolo di morte e chiama a gran voce il boia tentando di penetrare nella reggia. E' ricacciata dalle guardie.
Nel tumulto sono coinvolti Timur, il vecchio re dei Tartari spodestato, esule dalla sua patria, e Liù, la dolce fedele schiava che ha voluto rimanergli fedele nella sventura. La fanciulla invoca soccorso per il vecchio ed ecco un giovane farsi largo e accorrere. E' Calaf, figlio di Timur, e come lui esiliato e fuggiasco. L'incontro ed il riconoscimento sono commoventi. Il vecchio re narra - mentre s'avanza il carnefice coi suoi aiutanti - della fuga e del generoso sostegno trovato in Liù; e a lei Calaf si volge grato, chiedendo il perché del sacrificio. E Liù svela con timida voce il suo grande segreto: perché un giorno il principe le aveva sorriso! E da allora la sua vita fu votata a lui.
Frattanto il boia arrota lo spadone per il supplizio e la folla canta sguaiata, impaziente di veder sorgere la luna che segnerà l'ora di morte. Finalmente il pallido raggio illumina il cielo e avanza il corteo che accompagna il principe di Persia al supplizio.
Ma nel vederlo giovanissimo e bello la ferocia della folla si cambia in pietà e si invoca Turandot perché conceda la grazia. Calaf maledice la principessa, ma il grido gli muore sulle labbra quando ella appare. Turandot, bellissima, illuminata dalla luna, sembra una creatura del cielo e Calaf estasiato non sa tacere la sua meraviglia. Turandot con un cenno nega la grazia ed il corteo riprende lento e tragico, seguito dalla folla.
Calaf è rimasto immobile, come trasognato, e quando si riscuote è per invocare Turandot. Timur e Liù che sono rimasti con lui, tentano di distoglierlo ed allontanarlo, ma invano. Alla invocazione di Calaf, intanto, un'altra risponde: quella del principe che muore, seguita dall'urlo della folla. Per un momento Calaf sembra esitare, ma poi corre verso il gong per annunciare di volersi sottoporre alla prova. Non fa in tempo a raggiungerlo che tre figure grottesche gli tagliano la strada. Sono Ping, Pang e Pong, i tre ministri imperiali che, con la descrizione del supplizio riservato a chi fallisce, vogliono dissuaderlo dal tentare la prova. Ma Calaf ancora non cede.
Appaiono sul loggiato le ancelle di Turandot ad intimare silenzio perché la principessa dorme. Voci di ombre - gli innamorati che fallirono nel risolvere gli indovinelli - chiamano Turandot, ma queste voci non fanno altro che mettere nuovo fuoco nell'anima di Calaf. Né l'apparizione del boia sugli spalti che infila in un'asta la testa mozza del principe persiano, né il disperato appello di Timur né il pianto di Liù lo fanno rinunciare al suo proposito folle. Raccomandata alla fanciulla il vecchio padre, si svincola da loro e dai tre ministri che tentano ancora di trattenerlo, e si precipita al gong battendo i tre colpi fatali, invocando tre volte la principessa.

ATTO SECONDO

Scena prima

Un padiglione accanto alla reggia accoglie i tre ministri Ping, Pang e Pong che commentano la nuova tragica sfida del Principe Ignoto. Enumerano le morti già procacciate dal decreto di Turandot e sognano le loro case lontane e la vita pacifica di un tempo. Profetizzano comunque che verrà un giorno in cui un uomo riuscirà a superare la prova e ristabilire la pace in Cina. Intonano quindi un inno all'amore vittorioso. Ma il brusio della reggia che si sveglia, dopo i tre colpi di gong, li richiama velocemente alla dura realtà. Se ne vanno quindi per assistere alla nuova sfida e, forse, al nuovo supplizio.

Scena seconda

Nel grande cortile d'onore della reggia si erge una grandiosa scalinata, al sommo della quale si trova il trono dell'imperatore. E' notte, e la scena è illuminata da innumerevoli lanterne e resa fastosa dalla folla di dignitari e dalle masse di policrome insegne che gremiscono la gradinata. L'imperatore invita il Principe Ignoto a desistere dalla sfida: ma Calaf insiste per affrontare le prove. Viene proclamato il decreto di Turandot e la principessa ne spiega il movente. Una sua ava fu sconfitta da un principe straniero, fu trascinata via da lui, e ne morì di dolore e di vergogna. Turandot ha allora giurato di vendicare questo oltraggio punendo ogni straniero che desideri sposarla. Invita inoltre il Principe Ignoto alla rinuncia.
Calaf non cede e la principessa gli propone il primo enigma: "Cosa nasce ogni notte e muore all'alba?" Dopo un ansioso silenzio il principe lo spiega: "La speranza!" I sapienti, consultate le loro pergamene, confermano e la folla mormora stupita. Turandot scende a metà della gradinata per avvicinarsi a Calaf, che rimane come abbagliato e gli propone il secondo enigma: " Qual è la cosa che guizza ed è rossa e calda, se non è il fuoco?" L'ignoto riflette e tace; il trepido silenzio è rotto dagli incitamenti di Liù, Timur e della folla. Infine anche la seconda spiegazione è trovata: "Il sangue" ed i sapienti approvano. La folla esulta e Turandot è smarrita. Scende tutta la scala e, faccia a faccia con l'Ignoto, formula il terzo enigma. Qual è quella cosa che è come il ghiaccio ma brucia? Gioisce dell'imbarazzo di Calaf, che sembra incapace di trovare la risposta; ma il principe, ch'era caduto in ginocchio, balza in piedi vittorioso: ecco la spiegazione: "Turandot!".
La folla acclama entusiasta. La principessa sale verso il trono e supplica il padre di non gettarla in braccio allo straniero. Ma l'imperatore non può mancare alla parola data. Calaf ascolta la sua supplica e la libera dal patto poiché ciò che egli vuole è il suo amore. Le propone poi magnanimamente un enigma: se prima dell'alba ella sarà riuscita a scoprire il suo nome egli morrà! Turandot accetta. L'imperatore, commosso da tanta generosità apre la sua reggia all'Ignoto, che vorrebbe poter chiamare figlio. Mentre Calaf sale la scala per raggiungere il sovrano la folla lo acclama erompendo in un inno imperiale a piena voce.

ATTO TERZO

Scena prima

Calaf sta sdraiato sui gradini di un padiglione che porta agli appartamenti di Turandot e contempla il giardino della reggia, illuminato dalla luna. Echeggiano le voci degli araldi che pubblicano il bando di Turandot: chi sa il nome dell'Ignoto deve rivelarlo alla principessa prima dell'alba, pena la morte. Calaf pensa allora al momento in cui egli stesso rivelerà il suo nome a Turandot, quando il suo amore avrà vinto. Si ode il lamento della folla che paventa la morte minacciata, se non verrà rivelato il nome dello straniero.
Il giardino un po'alla volta si popola e la gente, capeggiata dai tre ministri, affronta l'Ignoto. Gli dicono che la loro vita è in mano sua: gli offrono qualsiasi cosa egli desideri (donne,beni, gloria) e sarà fatto fuggire dalla Cina con un salvacondotto. Calaf li respinge e la folla gli si volge contro minacciosa. Già i pugnali si alzano contro di lui, quando Timur e Liù sono condotti dentro. Essi sono stati visti con l'Ignoto al tramonto, devono sicuramente saperne il nome. Turandot chiamata dalla folla, appare ed ordina al vecchio di rivelarle il nome dello sconosciuto. Poiché non parla, sta per consegnarlo alla tortura, ma Liù si precipita davanti alla principessa gridando che lei sola sa il nome dell'Ignoto, ma non lo rivelerà. La folla impreca e le si stringe addosso minacciosa, Calaf si slancia a sua difesa, ma è trattenuto dalle guardie. Liù lo rassicura che non parlerà. Invano Ping la interroga minaccioso; invano gli sgherri le torcono le braccia; Liù si accascia ma tace. Turandot ammirata, le chiede da cosa le arrivi tanta forza e Liù canta dolcissima il suo amore per il quale getta la vita. La principessa ordina allora di strapparle il segreto e chiama il boia. Liù con un grido tenta di aprirsi un varco tra la folla, ma poi corre presso Turandot e le predice che ella cederà all'amore per l'Ignoto, alla cui vittoria ella sacrifica la vita. E con un gesto fulmineo strappa ad un soldato il pugnale e se lo immerge nel petto. Cade morta ai piedi di Calaf. Turandot contempla assorta il corpo senza vita, mentre Calaf la invoca e Timur le si inginocchia accanto. Passa sulla folla un'onda di pietà e di timore superstizioso per questa morte di un'innocente. Liù è sollevata a braccia e si forma un corteo che l'accompagna alla sepoltura. Timur piangente tiene tra le sue la mano della fanciulla e la folla fa eco al suo pianto. L'Ignoto e Turandot vedono tutti allontanarsi e rimangono faccia a faccia. Calaf le grida di sciogliersi finalmente dal suo gelo di morte e le strappa il velo che la ricopre. Il suo ardore non è spento dai rimproveri della principessa ed egli avanza per abbracciarla. Turandot arretra sconvolta, ma egli la insegue, l'afferra e la bacia.
Quel primo bacio d'amore rende la principessa umile e supplichevole perché l'Ignoto s'allontani. Ma Calaf la stringe tra le braccia e Turandot piange di commozione e di sgomento per la sua resa. Poi svela all'Ignoto come l'abbia temuto ed insieme amato fin dal primo momento, e gli chiede di non voler vittoria più grande di quella già ottenuta e di partire. Ora Calaf tenta la suprema prova d'amore. Svela il suo nome a Turandot, mettendo così la sua vita nelle mani dell'amata. L'inattesa rivelazione accende l'orgoglio della principessa, che, pensando di poter essere ancora vittoriosa, invita Calaf davanti all'imperatore e al popolo.

Scena seconda

Il cortile d'onore della reggia con l'immensa scala accoglie ancora l'assemblea di funzionari per la suprema prova davanti al sovrano. Turandot annuncia al padre che sa il nome dello straniero, ma quando tutti attendono che lo sveli per mandare l'audace alla morte, la principessa, fissando Calaf, esclama, ardendo della nuova fiamma: il suo nome è ...Amore! Calaf ripete quanto appena udito e sale d'impeto la scalinata per raggiungere Turandot. Un abbraccio li unisce, mentre la folla acclama, e prorompe in un canto di gioia.
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